Se la violenza non è tra le mura di casa ma tra le corsie: la violenza ostetrica

Talvolta la violenza non è fra le mura di casa ma in quei luoghi dove ci si dovrebbe sentire al sicuro e in cui persone in camice bianco non dovrebbero far temere per la propria salute fisica nè mentale: già, perché ci si può sentire maltrattati anche a livello psicologico con conseguenze che, spesso, si portano sulle spalle a vita. Parlo nello specifico della violenza ostetrica.

La gravidanza già di per sé non è sempre vissuta come un idillio e nella mente di una donna passano mille e più pensieri: sarò una buona madre? Sarò in grado di crescere e gestire il bambino che darò alla luce? Come sarà il parto?

Ecco, è proprio il parto il momento tanto atteso ma anche temuto, perché non abbiamo idea di quello che succederà e se avremo abbastanza forza e capacità da portare a termine il tutto senza fare nessun errore, senza perdere mai la certezza che ce la possiamo fare e saremo in grado.

La speranza è di trovare dall’altra parte persone competenti ma anche umane: il ginecologo innanzitutto, ma anche le ostetriche che, si presuppone, abbiano deciso di intraprendere questo mestiere per passione e “vocazione” ma non sempre è tutto come si spera; può succedere che durante il travaglio la futura mamma si senta sminuita, umiliata e persino incapace proprio per i toni sbagliati e le frasi del tutto fuori luogo dette proprio da ostetriche che dovrebbero invece avere tutta la nostra fiducia e stima; del resto non si partorisce tutti i giorni e tutte le donne che hanno già avuto un figlio sanno bene che è un momento che non si dimenticherà mai.

Non si tratta di episodi di malasanità ma di esperienze che non fanno vivere serenamente ciò che si è in procinto di fare: attacchi fisici o verbali, procedure mediche attuate senza il proprio consenso, senso di abbandono e violazione della privacy sono solo alcune delle cose che hanno elencato donne vittime di violenza ostetrica; chi durante un travaglio che si prospettava lungo è stata lasciata sola in corsia, chi è stata tagliata senza saperlo, chi addirittura dice di non essersi sentita madre per le offese ricevute perché “non è così doloroso” o perché “ti stai lamentando più del dovuto!”. Urlare e offendere una donna in procinto di diventare madre non è certo quel che ci si aspetta, del resto non possono sapere se tali parole hanno un effetto di incitamento a farsi forza o se sminuiscono a tal punto da non riuscire nemmeno più a controllare il respiro, e questo perché non sono psicologhe ma ostetriche e ci si aspetta che facciano il loro lavoro dando coraggio e supportando chi deve partorire (anche se, a mio avviso, qualche nozione di psicologia non farebbe affatto male).

Si può essere vittime di violenza ostetrica anche dopo aver partorito, ad esempio quando una mamma si appresta ad allattare il figlio appena nato: l’ostetrica è lì apposta per spiegare come approcciarsi e in che modo farlo, in modo dolce e quanto più delicato possibile, senza far sentire incapace una madre se dal suo seno non esce subito il latte: a tal proposito sappiate che il latte materno non è istantaneo, nel mio caso ad esempio dopo il cesareo ci son voluti due giorni per averlo, ma le ostetriche mi avevano spiegato che più il bambino si sarebbe attaccato al seno e prima avrei avuto la montata lattea, ma anche il colostro (il liquido giallino e denso che viene inizialmente prodotto) era molto importante perché ricco di anticorpi. Anch’io ho incontrato qualche ostetrica (non la puericoltrice come era più giusto che fosse) non proprio gentile la quale diceva che il bambino non succhiava nel modo corretto, ma non stavano neppure a spiegarmi qual era il modo corretto.

Ovviamente quando avevo necessità, chiedevo a quelle che mi trasmettevano empaticamente più serenità di aiutarmi a capire come fare ed è quello che consiglio anche a voi.

Chi è stata vittima di violenza ostetrica dice di non aver dimenticato quell’esperienza e qualche volta c’è voluto tempo per riprendersi (risvegli notturni, sudori freddi, chiusura a qualunque tipo di contatto fisico) ma la cosa importante è rendersi conto che qualcosa non va e parlarne, poiché parlarne con qualcuno è un buon inizio per la ripresa.

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